IL MEDICO E LA CURA

Non deve sfiorare il pensiero che il solo medico possa curare da solo un paziente.

O, da un altro punto di vista, che il medico abbia in proprio e in solido la completa responsabilità della guarigione (non solo della cura) del paziente.

Se il paziente non vuole guarire, non c’è cura che abbia significato.

A meno che essa non arrivi da un aggancio positivo vibrazionale con il medico.

E, a quel punto, anche un placebo come una fialetta di semplice acqua, avrebbe effetto.

Il medico è un mezzo.

La medicina è uno strumento.

Il paziente (consapevole o no) decide di ammalarsi, il paziente (consapevole o no) decide di guarire. La malattia è mancanza di qualcosa.

Tra cui la compensazione e l’equilibrio.

Se questo “quid” il paziente lo sente risuonare nel medico, e il medico lo sente a sua volta risuonare nel paziente e anche in sè stesso, allora il medico è in grado di trovare il miglior strumento che possa avere il miglior effetto sul paziente il quale sarà ben disposto (non solo in termini di compliance) a guarire perché sente di aver trovato uno spazio di comprensione in cui essere possibile. Il medico, davanti al paziente, si chieda che cosa risuona, dove e in chi dei due, tra curante e paziente.

Il paziente, davanti al medico, si chieda perché risuona o non risuona e trovi il coraggio di scegliere da chi lasciarsi curare.

La volontà, in entrambe le direzioni, è la grande discriminante, la grande Maestra.

Al femminile. E c’è un perché.